Alzheimer: fotografato il sito in cui si accumula proteina tossica

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Alzheimer

L’Alzheimer è strettamente connesso all’accumulo di proteina beta- amiloide che distrugge le sinapsi impedendo le comunicazioni tra cellule nervose provocando così, la perdita di memoria ed il deterioramento delle capacità cognitive.  Un processo che inizia in realtà  anni prima che il paziente diventi sintomatico. Uno studio condotto recentemente da una equipe guidata da A. Cattaneo, neurobiologo presso l’Ebri, Istituto Europeo per la Ricerca sul Cervello, fondato dal premio Nobel Rita Levi Montalcini, ha permesso di individuare il “sito” in cui alcuni elementi altamente tossici e coinvolti in modo fondamentale nella malattia di Alzheimer si accumulano aggregandosi prima di costituirsi in placche, ovvero il luogo specifico in cui iniziano a formarsi i “mattoni” alla base della formazione della proteina b/a.

I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista “Nature Communication”. Questi elementi o “mattoni”, sono rappresentatati dagli oligomeri patologici di a/beta ed il sito in cui essi si aggregano è costituito dal reticolo endoplasmatico ovvero un labirinto di piccoli canali dai quali il nucleo delle cellule è circondato. Presso l’Ebri è stata sviluppata per la prima volta una tecnica selettiva che ha consentito di effettuare una “fotografia” di questa struttura endocellulare così fondamentale per la malattia Alzheimer.

La grande importanza di questa scoperta risiede, secondo gli scienziati che hanno condotto lo studio nella possibilità di sviluppare  delle terapie farmacologiche efficaci che vadano a colpire esattamente, nel cervello, quelle zone in cui si aggregano queste proteine altamente tossiche permettendo così di intervenire il più precocemente possibile nella malattia di Alzheimer. Nello specifico, sono stati sperimentati su cellule vive, degli anticorpi attivi all’interno delle cellule denominati “magic bullett.

Il neurobiologo Antonio Cattaneo e la sua equipe. potrebbero quindi aver scoperto per la prima volta un’arma dl grande potenziale terapeutico per bloccare agli esordi e nel suo primissimo manifestarsi questa grave malattia degenerativa del Sistema Nervoso centrale.

La notizia dei risultati di questa ricerca, giungono quasi di pari asso alla creazione da pare di un team di scienziati della Oxford University e del King College di Londra di un test del sangue che dovrebbe consentire di individuare con oltre un anno di anticipo se il paziente che vi sottopone si ammalerà di Alzheimer o di altri tipi di demenza; ciò al fine di poter intervenire a livello farmacologico, in modo tempestivo e per permettere al paziente di esprimere il suo consenso alle cure quando egli è ancora in grado di farlo.

La somministrazione di questo test ematico per capire se la persona svilupperà presto l’Alzheimer o altre demenze, suscita naturalmente delle perplessità a livello bioetico considerando la possibilità di errori e di falsi positivi. D’altra parte, è necessario che coloro che sono malati ma ancora capaci di prendere decisioni possano esprimere il loro parere e consenso sulle cure ed ai percorsi di riabilitazione.

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