FOCUS JUVE – Juventus- Siviglia: non è solo uno 0-

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Juventus

In ogni partita si può commentare quello che è accaduto in campo.

Il tifoso però sa che in ogni partita c’è molto di più.

Il tifoso juventino in particolare, sa perfettamente, che nelle partite di Champions c’è un mondo parallelo, di livelli interpretativi, di parametri di giudizio. Il primo, quello immediatamente visibile è il commento tecnico della partita: il risultato di Juventus- Siviglia descrive da una parte la volontà di mantenere uno status quo favorevole, dall’altra la difficoltà di dispiegarsi e di affermare il proprio gioco. La partita ha visto concentrate nel prime tempo le più nitide occasioni della Juventus, opportunità pulite in cui sono mancate solo la decisione, la precisione, nel metterla dentro. E’mancato il baricentro, i problemi sono tutti affossati in un centrocampo privo di soluzioni di gioco, soprattutto a partire dalle fasce, incatenato dagli “operai” del Siviglia che, tostissimo, hanno privato la squadra di Allegri del giusto respiro per ragionare, analizzare, ripartire.

La seconda parte del match è, ancora, un cercare soluzioni a una battaglia che non si doveva nemmeno intraprendere e che sembra leggermente risolversi con l’ingresso in campo di Pjanic, medicina immediatamente somministrabile, perché proprio dietro l’angolo, cioè in panchina. Soluzione che può valere ovviamente anche per il campionato, ma è sembrata lampante in una competizione in cui le partite per prendere le misure sono molte meno.

La partita però ha raccontato anche di traverse, di pochi cm, di belle parate, anche se piangere per una sorte che non si è riusciti a costruire è più un alibi che una spiegazione. E non può valere per questa Juve. Il secondo livello di interpretazione è quello del tifoso, che immediatamente diventa allenatore da divano: piano puramente teorico, soprattutto perché interpreta a cose fatte.

Far passare il Siviglia per una squadra che non è, soprattutto perché ancora in fase di costruzione e di organizzazione, significa costruirsi da soli in destino parallelo alla realtà. Gli allenatori da divano gridano contro il motto allegriano del “mi è più utile a partita in corso”, soprattutto perché in panchina ci sono quegli investimenti che vanno a sostituire pezzi mancanti sulla scacchiera bianconera che potrebbero essere presto rimpianti. Il tifoso da divano, ha già pronta la prossima formazione perché sa, che in fondo, il girone di Champions cos’è se non un mini-campionato?

In fondo, c’è il terzo livello, quello del tifoso juventino, che va aldilà del teorico, che è pura metafisica che è scienza del post-partita avveniristico. La delusione non per quello che è appena successo, ma per ciò che potrebbe accadere. Perché la prima vittoria è importante, fa morale, e soprattutto allontana gli spettri, quelli che sono sempre lì pronti a tornare con maschere sempre nuove. Ieri, per esempio, avevano quella dell’ansia da prestazione. Ancora più pressante se si fa speculazione da favorita della competizione (tra le altre big) e non solo del girone, se si fa mercato per questo obiettivo, se si investe, parecchio. Ansia che blocca, che regala minuti e coraggio agli avversari. Che genera paura, intravista in un atteggiamento che sceglie in primis di non prenderle e poi di darle, che si traduce in una formazione con cinque difensori e due mediani, in un atteggiamento da partita sempre in bilico, che si traduce nei cambi tardivi. Servirebbero scosse, azzardi.

La squadra è rimasta compatta ( a parte qualche svarione di troppo di Bonucci), dominante, conscia di essere in grado di aspettare e mai minimamente in pericolo. A rassicurare gli animi, c’è sempre l’importanza della fase difensiva, ad accenderli manca quella offensiva.

E poi, i forcing finali, no. Troppi brutti ricordi.

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