L’anima nomade del Valencia, da tre anni rimasto senza bandiere e senza identità

167
0
CONDIVIDI
Peter Lim

In oltre 97 anni di storia, il Valencia Club de Futbol ha sempre cercato di mantenere alta la sua bandiera di capitale e di orgoglio di un’intera comunità. Perchè essere del Valencia ha sempre significato portare in giro per la Spagna e per il Mondo l’essenza pura del “Valencianismo” e quella velata voglia di indipendenza, osteggiata a più riprese sventolando la Senyera, la bandiera che rappresenta la Comunitat Valenciana.

Valencia 1999
Valencia 1999, vincitore della Copa del Rey e finalista in Champions League. Nella foto Kily Gonzalez e due valenciani DOC come Albelda e Sanchez.

Una squadra, un popolo – Il passo dalla politica al calcio è breve, così nella sua lunga storia il Valencia ha sempre cercato di mantenere un’anima Valenciana prima e spagnola poi, con squadra formate per lo più da giocatori cresciuti in casa (nella sempre florida cantera di Paterna) e idoli dei tifosi perchè valenciani “puro sangue”. Persino gli stranieri (Mario Kempes su tutti così come l’intera squadra targata Cuper dei primi anni 2000), sono stati amati a furor di popolo dopo aver trascorso tanti anni a Valencia innamorandosi della città e della squadra. Ad un tifoso toccategli tutto ma non parlategli mai male dei calciatori che portano in campo la loro passione e le loro “lotte”. Così ad un valencianista non parlategli mai male di Albelda, Sanchez (il maradona di Aldaya), Farinos, Vicente o Aimar, giusto per citarne alcuni. Nessuno di questi è un fenomeno ma tutti o quasi provengono dalla cantera bianconera e da sempre sono stati idoli dei tifosi.

Valencia
Santiago Canizares alza al cielo la coppa di Campione di Spagna 2003 da capitano del Valencia.

La nuova era Lim – Purtroppo dopo i gravi problemi finanziari che colpirono il club nel 2013 ( oltre 466 milioni di debito) e con il conseguente avvento del magnate singaporese Peter Lim, la società “blanquinegra” ha assistito ad una vera e propria rivoluzione, sia nella gestione del club che nella compravendita dei calciatori. Da quel momento a Valencia si è assistito ad un valzer di entrate ed uscite che ha portato il club a cambiare ben 45 giocatori in appena 3 anni. L’arrivo del nuovo proprietario è stata di certo una benedizione per la società ma non lo è stato per i tifosi, che si sono visti cambiare squadra e “idoli” ad ogni sessione di calciomercato. Persino l’ultimo beniamino, l’attaccante Paco Alcacer (altro valenciano di sangue), negli ultimi giorni di agosto è stato ceduto al Barcellona per 30 milioni di euro. Decisione presa più dallo stesso calciatore che dalla società, ma agli occhi del tifoso questo non importa e suona solo come un nuovo addio. Per dare un riferimento, dal 2011 restano i soli Alves e Dani Parejo. Immaginare un tifoso leggermente “spaesato” è forse solo un eufemismo.

Basti pensare che i vari Direttori Sportivi succedutosi al Valencia dal 2013 ad oggi, hanno messo in atto ben 3 rivoluzioni in altrettanti lustri. Prima Rufete, poi direttamente Lim coadiuvato dal tecnico Nuno ma appoggiato da Jorge Mendes e infine dall’attuale ds Suso. Per fare un esempio, tra il luglio 2013 e il gennaio 2014, arrivarono a Valencia ben 14 giocatori. Ad oggi di quei quattordici ben 10 (Zuculini, De Paul, Yoel, Otamendi, Mustafi, Orban, Filipe, André Gomes, Robert e Negredo) sono stati già venduti per fare spazio ad altri 15 calciatori nuovi, incorporati dalla stagione 2015 ad oggi. Adesso inizierà un’altra stagione senza più bandiere e con l’incognita di non rivedere gran parte della squadra il prossimo anno.

Garay e Mangala
I nuovo acquisti Garay e Mangala presentati al Mestalla davanti a 8.000 tifosi.

Tifosi delusi – Che sia benedetta l’entrata in società di capitali esteri ma questo deve avvenire sempre tenendo ben saldi la storia e la tradizione di una società. Passeggiando in questi giorni nel centro della città, si incontrano tifosi delusi e e senza passione per la squadra nonostante un mercato che sul finale ha portato anche qualche colpo eccellente.  mancanza di amore e passione per un Valencianista è quasi una bestemmia. In rosa ci sono solo 3 canterani e la maggior parte dei nuovi arrivati conosce a malapena i colori sociali del club. L’inno? Ma neanche a dirlo, forse il solo Dani Parejo (originario di Madrid) ne conoscerà qualche strofa. E’ vero che il calcio è sempre più orientato ad un’idea di business puro ma il “caso” Valencia è l’emblema di come il denaro possa fare e disfare della tradizione a suo piacimento. In questo modo il Valencia sembra una grande S.P.A. dove il profitto e la plusvalenza ricavata dalle cessioni dei calciatori, è diventato ormai l’unico obiettivo societario e finanziario perseguibile. Forse in Singapore nessuno ha avvertito Lim e soci, che da sempre questo club ha innamorato tifosi e appassionati per il suo spirito guerriero e per il motto Cabeza, Corazon y Cojones. E prima o poi i tifosi attendono un altro Pibe Inmortal che riporti il Pipistrello a volare alto orgoglioso della sua gente e della sua storia.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright OVERPRESS