FOCUS JUVE – Tra Bayern e Torino: non è solo un altro post-partita

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Juventus

La caratteristica migliore di un pezzo ben scritto è l’esaustività. Ritrovare tra le righe quanto ci si aspetta a partire dalla lettura del titolo. Tutto ciò deve essere individuato in modo chiaro, semplice così che le parole possano scorrere nella mente di chi legge allo stesso modo in cui sono state scaturite da chi ha scritto. Dalla mia matita, in questo caso, le parole sono uscite molto lentamente , quasi forzate, quasi a voler rimanere inespresse in un post partita di questa portata.

A freddo le riflessioni si fanno ancora più controverse, fin troppo complicate per un finale di stagione ancora tutto da scrivere

Le imprese sono tali se vengono compiute, se sono solo sfiorate lasciano spazio a rammarico e a tanti rimpianti a metà tra una sconfitta che ancora brucia e un derby in cui si riversano la rabbia, la delusione, ma anche l’orgoglio e la certezza di presentarsi all’appuntamento con un certificato di qualità nuovo di zecca.

Nella battaglia di Monaco, la Juventus si è fatta grande nel raggiungere il livello massimo visto in questa stagione e nel cadere forse al punto più basso per quanto è pesata la sconfitta, per come si è realizzata. Ma ha fatto tutto da sola, partendo dalla naturale prosecuzione del secondo tempo della gara di andata, fino ad arrivare alla realizzazione di un capolavoro tattico quale è stata la partita di Monaco, e chiudere con un labirinto di errori, fatica e leggerezze che l’hanno sbalzata fuori dall’Europa. Quando i sogni sono così grandi il loro infrangersi fa ancora più rumore, anche se per quanto assordante non riesce ancora a cancellare quanto di bello è stato fatto all’Allianz Arena.

Quella Juventus così grande, così sorprendentemente aggressiva, asfissiante nel pressing diretto sull’uomo, con la potenza che ha impedito il materializzarsi di quella superiorità numerica che l’aveva schiacciata nell’assedio dell’andata. Una Juventus che ha cambiato il suo gioco senza mai snaturarlo, ma adattandolo all’avversario: ancora l’alternanza di velocità, di pressioni diverse a seconda dei tempi della partita, delle zone del campo, del tipo di ostacolo da superare.

Ancora una volta quell’arte dell’arrangiarsi di cui spesso si parla nei confronti di Allegri, si è manifestata nella sua veste migliore, la confezione di un capolavoro tattico con i suoi migliori interpreti in Alex Sandro e Pogba, e con il suo protagonista assoluto, il Morata delle grandi occasioni. Il vantaggio così palesemente meritato, ha reso “l’impresa” il classico lavoro svolto bene, il classico risultato portato a casa. Un lavoro svolto talmente bene da mostrare quanto la squadra abbia QUASI portato a compimento quella crescita tanto agognata a livello europeo.

QUASI.

Perché sebbene il campo abbia sentenziato il livellamento del gap con una stra-potenza europea, di fatto i dettagli lo hanno riportato a galla in tutta la sua evidente prepotenza. In quel “quasi”, infatti, ci sono i minuti di confusione che hanno complicato e poi annullato il passaggio del turno. C’è l’errore di Evra, ci sono i discussi cambi di Allegri. In quel quasi c’è il senso d incompiuto che ancora ci contraddistingue in un cammino del genere, e che di fatto lo ha compromesso: quell’eccessiva timidezza, quel sentirsi in debito, non all’altezza. Quell’”insostenibile leggerezza” di un finale di partita che ha portato la medaglia a rovesciarsi in pochi minuti.

Hanno pesato le assenze, non per la formazione schierata, ma per una panchina alleggerita in qualità tecnica. Ha pesato e molto la fatica, psicologica prima ancora che fisica, del dover reggere ancora il peso dell’impresa: la fatica si sente tutta insieme quando si è vicinissimi alla vetta e non lungo il cammino dell’intera scalata. E quanto più si sale, tanto più deve essere resistente il paracadute in caso di emergenza: sempre se si fa in tempo ad aprirlo. Una sconfitta che si può commentare riassumendo in una mancanza di dettagli anche in campo internazionali fanno la differenza: agli annali d’altronde resta solo il risultato a noi resta quel quasi, quella Juventus.

Quella Juventus, che non può perdere terreno in campionato, non può fallire la finale di Coppa Italia. Quella Juventus lì è consapevole di essere un gruppo di professionisti modellati da un allenatore che ha fatto del trasformismo la sua più grande qualità: non c’è uno schema generale una visione d’insieme, un ideale cui adattare la squadra. Esiste una concezione molto più pratica che plasma la squadra a seconda delle necessità del momento. E la Juventus adesso sa, ha capito cosa funziona cosa no, cosa serve in un momento come questo. La cura migliore è sempre la stessa vincere.

VINCERE PUNTO.

Quanto è rimasto di quella energia mentale? Quanto di quella fisica? In vista del derby le assenze sono sempre le stesse, ma spaventano meno. Avanti nel segno di Morata, e degli altri “cavalieri che fecero l’impresa”. Gli stimoli, identici. Se non maggiori, alla conquista di uno scudetto che va vinto in virtù di questa superiorità manifestata non solo tra le mura di casa.

Nel momento del pareggio del Bayern un profetico Franco Battiato intonava “Prospettiva Nevskij”: e si è davvero difficile “trovare l’alba dentro l’imbrunire” ma la Juventus ce la farà, a partire da oggi, a partire dal derby e FINO ALLA FINE.

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