L’uomo del presente

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Spesso, qui a TechGenius, siamo soliti parlare di tecnologia, informatica e computer, cercando di scovare le potenzialità dei prodotti che arrivano sul mercato, e provando a rintracciare quelli che arriveranno. E’ una ricerca continua al dispositivo perfetto per il futuro, anche se esso è, forse, proprio dentro di noi, e lo utilizziamo 24 ore su 24. Ebbene sì, stiamo parlando del nostro cervello, oggetto misterioso per la scienza e, tutt’oggi, in fase di studio. Si dice che nell’ultimo secolo, quello in cui l’umanità si è sviluppata maggiormente sotto il segno della tecnologia e della medicina, con l’invenzione di strumenti e macchine, siamo riusciti a scoprire le potenzialità del nostro cervello, e di ciò che contiene, solamente al 10%. In pratica non sappiamo nulla sul computer che ci permette di pensare e agire ogni giorno, quello su cui dovremo avere maggior attenzione. La colpa è anche della difficoltà con cui questo ‘strumento‘ è stato creato, che nasconde nell’infinitamente piccolo di esso le risposte.

Oggi abbiamo deciso di non parlarvi del solito dispositivo tecnologico, dei quali potete trovare infiniti articoli all’interno di TechGenius, ma ci vogliamo concentrare su una storia che, siamo sicuri, vi lascerà incuriositi e più ‘ricchi’.

La storia di cui vi parliamo oggi narra di un uomo, noto nel mondo delle neuroscienze e della psicologia come K.C., e morto a fine marzo, all’età di 62 anni, in una casa di Toronto, probabilmente per un ictus o un infarto. K.C. ci ha insegnato molte cose importanti sul funzionamento della memoria. Ci ha mostrato come rendere nostri, e significativi per noi, i ricordi, e ha avuto una vita incredibile. Durante la sua adolescenza scatenata ha suonato in vari gruppi rock, giocato a carte fino all’alba e fatto a botte nei bar. Ha perso conoscenza due volte, una in un incidente, l’altra quando una balla di fieno gli è caduta sulla testa. Nel 1981, a trent’anni, è finito fuori strada con la moto, e da quel giorno la sua vita è cambiata completamente. Ha passato un mese in terapia intensiva perdendo, tra le altre strutture celebrali, entrambe gli ippocampi.

L’ippocampo, ne abbiamo uno per emisfero celebrale, contribuisce a formare e immagazzinare i ricordi nuovi e recuperare quelli vecchi, come dimostrato negli anni cinquanta da un altro noto amnesico di nome H.M. Il caso di K.C. ha poi rilevato, però, che a volte alcuni ricordi possono saltare l’ippocampo. Dopo l’incidente in moto, infatti, K.C. ha perso gran parte dei ricordi vecchi, e non riusciva a formarne quasi nessuno nuovo, ma quando ha cominciato a esaminarlo, il neuroscienziato Endel Tulving ha visto che riusciva a ricordare bene alcune cose del passato, che però rientravano tutte in una categoria ben precisa: quella delle nozioni, che si possono trovare nei testi di consultazione come, ad esempio, la differenza tra stalattiti e stalagmiti. Questi fatti, Tulving, li chiama “ricordi semantici“, cioè decontestualizzati e privi di emozione.

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K.C. non aveva “ricordi episodici“, quelli delle cose che aveva fatto, provato o visto. Nel 1979, per esempio, aveva sorpreso la famiglia facendosi la permanente la sera prima del matrimonio del fratello. In seguito, ricordava che il fratello si era sposato e riconosceva i parenti nelle foto, i fatti, ma non ricordava di aver partecipato né le reazioni ai suoi ricci, le esperienze personali. Il poco che K.C. aveva conservato della sua vita prima dell’incidente sembrava averlo letto in un’arida biografia di se stesso. Sapeva che la famiglia aveva dovuto lasciare la casa in cui era cresciuto perché lì vicino era deragliato un treno che aveva sparso sostanze chimiche tossiche e sapeva che un fratello a lui molto caro era morto due anni prima del suo incidente, ma quegli eventi non avevano più alcun rilievo emotivo. Erano solo fatti accaduti.

Gli studi su K.C., insieme a ricerche condotte su pazienti simili, hanno fornito solide prove del fatto che i nostri ricordi episodici e quelli semantici dipendono da circuiti celebrali diversi. L’ippocampo registra entrambi i tipi di ricordi e li conserva nel medio termine. Ci aiuta, inoltre, ad accedere ai vecchi ricordi personali custoditi nella memoria a lungo termine in altre aree celebrali. Per accedere ai vecchi ricordi semantici, però, il cervello sembra usare il paraippocampo, un’estensione dell’ippocampo, che in K.C. non era stata danneggiata. Mentre in genere è l’ippocampo a registrare nuovi ricordi semantici e fattuali, quando serve, anche il paraippocampo può assorbire fatti nuovi, ma molto lentamente. Il paraippocampo di K.C. aveva infatti imparato il sistema di classificazione decimale Dewey, frutto degli anni passati a lavorare in una biblioteca come volontario, anche se non aveva idea del perché lo conoscesse.

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La perdita di memoria di K.C. ha anche avuto l’effetto paradossale di cancellare il futuro. Nei suoi ultimi trent’anni non riusciva a dire cosa progettava di fare nell’ora seguente, il giorno dopo, né l’anno successivo. Non era neanche in grado di immaginarlo. Il motivo non è del tutto chiaro, ma è possibile che l’ippocampo sia necessario per proiettarsi nel futuro e immaginare di vivere delle cose proprio come ci permette di tornare indietro nel tempo e rivivere immagini, rumori ed emozioni di ricordi passati. La perdita del futuro non spaventava K.C., che non soffriva né si rammaricava per il suo destino. Per certi versi, però, questa assenza sembra di per sé triste. Ma c’è una cosa che K.C. non ha mai perso: la percezione di sé. Conosceva la sua personalità e le sue origini. Sapeva cosa gli piaceva e cosa no, e che aspetto aveva allo specchio.

Kent Cochrane ha sempre saputo di essere Kent Cochrane.

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