Spotify non conviene agli artisti

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Si sa, da quando esistono i servizi di streaming -e ancor prima i download illegali– gli artisti e compositori musicali devono correre ai ripari per non veder sfumare tutto il loro lavoro. I servizi di streaming che noi tutti amiamo, come Spotify o Pandora, sono il giusto compromesso (e anche l’unico) ma non rappresentano un vero affare per gli artisti nell’era di internet. The Guardian ha perciò aperto uninchiesta sulla convenienza o meno di questi sistemi per i musicisti, prendendo ad esempio la violoncellista Zoe Keating. Rilasciando tutte le sue registrazioni in maniera indipendente, l’artista newyorkese spiega che i ricavi provenienti dai servizi di streaming sono una minima parte del suo reddito complessivo. In sostanza circa il 92% delle sue finanze viene tutto dalle vendite dirette di CD o Digital Download.

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Questo per dire che i big come Spotify possono essere una grande vetrina per gli artisti: una fama che però non paga e “si fa pagare cara”. Già meglio Pandora dove Keating ha dichiarato al giornale un guadagno di circa il doppio rispetto a Spotify (3.258 dollari contro 1.764) in cui il valore per ogni stream di una sua canzone è un misero 0,0044 dollari; come del resto sconveniente è anche YouTube dove guadagna 0,00064 dollari a view. Tirando le somme quindi gli artisti si sono adattati all’epoca del “free-content” puntando verso servizi che garantisco una straordinaria diffusione ma ne svalorizzano comunque l’operato. Molti artisti stanno ancora lottando apertamente per ottenere redditi adeguati dai servizi di streaming musicale (Spotify, Pandora o iTunes Radio); il problema tuttavia non è sarà grave finche le vendite di copie fisiche o digitali riusciranno a reggere il passo. Se c’è qualche artista o musicista che leggendo questo articolo vuole dirci la sua da esperto del settore saremo lieti di dare voce ai vostri commenti.

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