Turchia e Internet, un rapporto sempre più critico

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Potevamo tranquillamente parlare di smartphone, tablet, computer, e altre diavolerie tecnologiche, ma sinceramente crediamo che, oltre a questi, ci siano argomenti più seri e delicati, che cambiano il mondo, in male, e rendono il futuro del Web sempre più critico. Abbiamo parlato di questa notizia già qualche giorno fa, quando le cose assomigliavano al fuoco acceso da un cerino, sicuri del fatto che un paese democratico come la Turchia non avrebbe mai potuto portare avanti una legge assolutamente non democratica, la quale limita le comunicazioni, la libertà di parola, di espressione e di pensiero. Ora, però, le cose sono peggiorate, la legge è stata approvata e il rapporto del popolo turco con la rete si fa sempre più critico. Come un moderno Don Chisciotte, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato guerra ai suoi personali mulini a vento: i social network e chi li usa per criticarlo. Diversamente dal personaggio di Cervantes, ad aiutarlo non ha solo uno, ma moltissimi Sancho Panza.

Due settimane dopo la sua prima visita a Bruxelles in cinque anni, Erdogan ha compiuto un passo che alimenta timori europei di un allontanamento della Turchia dalla democrazia. Da tempo il primo ministro ha difficoltà ad accettare l’influenza di Internet, ma ultimamente la rete è diventata il suo nemico pubblico numero uno. Soprattutto da quando, grazie a Internet e in particolare a Twitter, è venuto alla luce un grande scandalo di corruzione in cui è pesantemente coinvolto il governo. In rete sono apparse perfino delle intercettazioni in cui il primo ministro e suo figlio parlano di appalti con personaggi fidati. Oltre a rivelare la portata della corruzione in Turchia, le intercettazioni smentiscono la tesi secondo cui l’indagine in corso farebbe capo a un complotto organizzato per delegittimare il governo.

In una conversazione telefonica diffusa su Internet e registrata durante una visita in Marocco nel giugno del 2013 Erdogan sfoga la sua rabbia dopo aver visto scorrere sullo schermo della tv la notizia che il leader dell’opposizione Devlet Bahçeli ha invitato il presidente Abdullah Gul a intervenire sulla vicenda delle proteste del parco Gezi. Il primo ministro chiede allora a Fatih Saraç, il direttore della Haberturk Tv, suo uomo di fiducia, di intervenire per rimuovere la notizia. Saraç, tra l’altro, è stato socio in affari dell’imprenditore saudita Yasin al Qadi, bandito dagli Stati uniti e da altri paesi per i suoi legami con Al Qaeda. La trascrizione della registrazione è stata letta in parlamento da un deputato dell’opposizione. A quel punto è arrivata una decisione che perfino i più ferventi sostenitori di Erdogan hanno criticato: il cittadino azero Mahir Zeynalov, sposato con una donna e giornalista del quotidiano Today’s Zaman, è stato espulso dal paese per aver scritto alcuni tweet sgraditi al primo ministro. 

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Per evitare il ripetersi di questi spiacevoli episodi, Erdogan e i suoi Sancho Panza hanno pensato bene di varare una nuova legge su Internet. La legge, già approvata dal parlamento e in attesa della firma del presidente Gul, permetterebbe all’agenzia incaricata di monitorare le telecomunicazioni, il cui nuovo direttore, scelto da Erdogan, ha un passato nei servizi segreti, di bloccare l’accesso a un sito Internet nel giro di quattro ore da un’eventuale accusa di violazione della privacy. I provider dovrebbero, inoltre, conservare tutte le informazioni relative al traffico per due anni. Quest’ultimo punto ricorda ‘1984‘ di Orwell, mentre, grazie alla sua genericità, la norma sulla privacy permetterebbe a Erdogan di bloccare qualsiasi contenuto scomodo. D’altronde non è difficile immaginare come potrebbe usare una legge simile un primo ministro che telefona da migliaia di chilometri di distanza per far rimuovere una notizia dalla tv. In Turchia, detto per inciso, la rete ha 40 milioni di utenti.

La reazione dell’Unione europea non si è fatta attendere. Sono intervenuti il commissario europeo all’allargamento, Stefan Fule, e il presidente del parlamento europeo Martin Schulz, che ha scritto su Twitter:

“L’approvazione di una legge che aumenta il controllo statale su Internet è un passo indietro in un clima già soffocante per la libertà di espressione”.

Nel frattempo, l’associazione degli imprenditori turchi, il comitato per la protezione dei giornalisti e Human rights watch hanno chiesto a Gul di porre il veto sulla legge. Anche in caso di veto presidenziale, tuttavia, la legge potrebbe essere comunque approvata, visto che Gul può opporsi solo una volta prima che la decisione passi alla corte costituzionale.  La principale forza di opposizione, il Partito popolare repubblicano, ha annunciato che farà comunque ricorso al tribunale supremo. La vicenda rappresenta la sfida più difficile nella carriera di Gul. Il presidente, sempre prudente, si trova ad un bivio: avrà il coraggio e la forza di opporsi a Erdogan? E a sua volta Erdogan, che non sopporta l’idea di perdere, oserà sfidare Gul? Probabilmente si, ma non riuscirà facilmente a sconfiggere Internet.

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