Gli elfi di Amazon

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Quando eravamo piccoli, tutti abbiamo immaginato e sognato come sarebbe stato il luogo magico in cui gli elfi di Babbo Natale preparavano i pacchetti regalo e li mettevano sulle slitte, le quali poi atterravano sul tetto di casa e li facevano scendere dal camino. Oggi, forse purtroppo, tutti sappiamo che era solamente una favola, una fantasia che i genitori ci dicevano per rendere il Natale un momento molto speciale. In realtà però, qualcosa del genere esiste, non proprio con la stessa magia e con lo stesso spirito, bensì con contratti precari, turni massacranti e licenziamenti facili. Non stiamo parlando degli elfi, anche loro svaniti nella realtà, ma dei magazzinieri di Amazon, che si ritrovano ad essere quasi schiavizzati per pochi dollari. Amazon è infatti, una sorta di Babbo Natale 2.0, che però non ha nulla del precedente fantasioso personaggio con la barba bianca lunga e uno splendido mantello rosso, ma ha il volto di Jeff Bezos, imprenditore determinato, visionario, ma forse un po’ troppo severo e duro con chi lavora per lui.

A riportare i disagi dei magazzini ‘Amazzoniani’ è il ‘The Observer‘, che grazie ad una propria giornalista infiltrata all’interno dei dipendenti, anche lei fattasi assumere, ha potuto raccontare ciò che accade ogni singolo giorno. Le parole che state per leggere derivano proprio dalla sua inchiesta.

E’ risaputo che Jeff Bezos sia una persona molto dura con i propri dipendenti e collaboratori, ma nei suoi magazzini la situazione è palese, e quasi illegale. Il cuore di questa grande multinazionale, che nel corso di questi ultimi anni ha mostrato la propria potenza, grazie a eccellenti mosse di marketing e un pizzico di intuizione, ha però un sistema e una struttura lavorativa completamente opposta al concetto di ‘innovazione’ che la stesa Amazon mostra di facciata. Qualcuno l’ha definita ‘nazista’, per le pressioni, quasi da campo di concentramento, che vengono poste agli operai dei magazzini. Quest’ultimi devono far fronte ad una miriade di prodotti che ogni secondo da qualsiasi parte del mondo vengono ordinati per essere spediti immediatamente in un preciso indirizzo. Parliamo di migliaia di clic al secondo e di altrettanti prodotti da trovare, imballare e spedire.

Il lavoro è costante, non tende mai a fermarsi, quindi i lavoratori devono essere sempre in vista di un errore, possibile, o di uno sbaglio delle macchine. Qualsiasi cosa cerchiate, in Amazon è possibile trovarla, quindi i magazzini sono immensi, occupano delle aree che sfiorano i 74mila metri quadrati. Se pensiamo solamente ai prodotti presenti sul sito online, corda 100 milioni. I prodotti spaziano dai più utili per la vita di tutti i giorni, a quelli meno importanti. Qualsiasi cosa vogliate Amazon la vende, se per uno strano caso non sia così, di sicuro è in fase di lavorazione, per poi essere venduta. Questo è dovuto dal consumismo, ma a rimetterci sono i poveri magazzinieri, che oltre alla fatica fisica del lavoro, devono sottostare ad uno stress psicologico della società che li ha assunti e dei prodotti che gli girano intorno. Pensate, soprattutto se si è un padre di famiglia, che magari porta a casa qualche dollaro o euro per dare da mangiare ai propri figli, cosa si possa provare a vedere persone che spendono centinaia, se non migliaia di euro, per acquistare un oggetto futile come può essere una bambola o un videogioco.

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Naturalmente il Natale è la massima espressione di questo disagio. Non parliamo più di religione, ma di semplice corsa agli acquisti, ormai è questo il Natale. Gli operai, è stato calcolato dal The Observer, devono correre 3 volte di più del normale nei magazzini, magari anche a piedi, quindi non utilizzando le macchine presenti per sollevare i carichi, per passare da una parte all’altra del magazzino, pur di far arrivare il pacco in tempo per la festività natalizia. Il Natale, in casa Amazon, è visto come il Vietnam, quindi come una sfida che potrebbe mettere in ginocchio il marchio per sempre, anche solo per un pacco non consegnato. Questo, quando accade, crea grande sconforto in tutto lo stabilimento, dal più importante manager, al dipendente semplice, che viene vista come una sconfitta, e qualcuno ne paga sempre le conseguenze.

Il licenziamento, infatti, è un rituale che si svolge molto spesso, colpa proprio della pressione che si mette sui lavoratori, che come un palloncino si ritrovano a scoppiare dalla fatica. La struttura, da molti definita nazista, di Amazon e dei suoi magazzini, si vede soprattutto nel momento in cui viene scelto il luogo dove questi devono essere inseriti, per poi dare lavoro ad un personale. La strategia amazzoniana prevede di integrare questi capannoni in zone del mondo più povere, o comunque non superiori alla classe medio bassa. Questo serve alla società come arma di ricatto, nel momento in cui vengono pressati i dipendenti. In pratica, “o lavori alle nostre condizioni, oppure torni ad essere disoccupato”. Molte di queste assunzioni vengono fatte proprio nel periodo natalizio, quando il lavoro prende sempre più piede e la società ha bisogno di forze maggiori.

I dipendenti Amazon possono essere paragonati agli elfi di Babbo Natale per la loro mansione e il risultato che quest’ultima crea, ma la vita reale non potrà mai essere una favola, e questo Jeff Bezos lo sa.

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  • robroberto89

    avvertite sulla lunghezza dell’articolo..almeno uno si fuma una sigaretta prima XD comunque impressionante

  • Suspirium

    i lavoratori stagionali sono sempre così e tutto sommato scommetto che sia meglio in amazon che nei campi a raccogliere i pomodori.
    In ogni caso gli acquirenti, io per primo, andranno sempre dove si possono trovare prezzi bassi e alta affidabilità, quale che sia il costo sociale. Del resto coloro che acquistano online hanno spesso stipendi da dipendenti stagionali tutto l’anno, quindi…

  • mattiadebiaggi

    È un lavoro da magazziniere sostanzialmente, soltanto coi ritmi di un gigante come Amazon. Credo che nel mondo ci sia di molto peggio.

  • Marco

    Mio fratello mi ha detto di un articolo su Amazon che ha letto su “Internazionale”, una rivista che fra l’altro compra i diritti per tradurre e pubblicare articoli da altre riviste straniere (come nel caso di “Gli schiavi di Babbo Natale). Mi sono chiesto se questa versione italiana dell’articolo di The Observer fosse reperibile online. Ho notato che sul sito di Internazionale non c’è. Ma è qui e in un altro sito. Allora prima di consigliare agli altri l’interessante lettura gratuita online di questo articolo ho bisogno di un’informazione: ti sono stati concessi i diritti di pubblicazione? Lo chiedo perché illegale non è solo pubblicare articoli violando il copyright, ma anche diffonderne i link.

    • Cristiano Scarapucci

      Ciao Marco, ti ringraziamo per la segnalazione, purtroppo fu una mia svista, quindi mi scuso personalmente.

      • Marco

        Non ho capito… Una svista in che senso?
        E di cosa ti scusi con me?