Una rete tutta per sé

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Joseph Bonicioli vive ad Atene e usa Internet essenzialmente come facciamo tutti noi. Per la connessione paga un abbonamento mensile a un provider. Ma per parlare con i suoi amici ha anche ottenuto qualcosa di molto strano e più interessante: una rete Internet privata e parallela. L’hanno costruita lui e i suo compagni ateniesi, collegando una serie di antenne wifi per creare un ‘mesh‘, una rete formata da maglie attraverso la quale si possono far passare dati e segnali. In realtà è più veloce della rete che pagano. I dati viaggiano attraverso la rete a non meno di 14 megabit al secondo, e fino a 150 Mbs, circa 30 volte più veloce della rete commerciale. Bonicioli può inviare messaggi, fare videochiamate e scambiarsi pesanti file, senza apparire sulla rete ufficiale, semplicemente perché è gestita da lui stesso. Sono in tanti ad utilizzarla, ha più di mille iscritti sparsi per la capitale e nelle isole vicine. Chiunque può partecipare gratuitamente con l’installazione di alcune attrezzature. “È come un altro web” dice Bonicioli. “È la nostra rete, ma è anche un parco giochi”.

Infatti, questa rete è diventata un importante centro sociale. Ci sono blog, forum di discussione e molto altro, come il vero e immenso Internet che conosciamo. C’è così tanta cultura locale che hanno anche programmato il proprio mini Google per aiutare i meshers a trovare ciò che cercano. “Sono cambiate le abitudini”, dice Bonicioli . “La gente inizia a condividere molte più cose che in passato. I vicini si conoscono e si scoprono all’interno di questa rete. Alcuni si sono anche innamorati dopo aver chiacchierato in qualche chat del mesh”. Gli ateniesi però, non sono i soli ad aver messo in piedi questo tipo di sistema. Decine di comunità in tutto il mondo stanno costruendo reti autogestite, sopratutto perché un mesh permette di accedere ad Internet spendendo anche meno. Inoltre c’è un altro risvolto interessante: le persone hanno scoperto di poter avere uno spazio digitale autonomo e autogestito, relativamente libero da interferenze esterne.

In un’epoca in cui i governi e le aziende controllano sempre più quello che facciamo online, l’idea delle reti autogestite sta diventando quasi sovversiva. “Quando sei tu a gestire una rete, nessuno può chiudertela o controllartela”, dice Bonicioli. Internet può dare l’idea di essere qualcosa di immateriale o di virtuale, ma in realtà è più concreta di quanto non pensiamo. La sua dorsale è formata da un enorme spiegamento di fibre ottiche, cavi telefonici e televisivi che trasportano i dati da un paese all’altro. Per potervi accedere abbiamo bisogno di qualcuno che colleghi la nostra casa a quella dorsale. È il cosiddetto ‘problema dell’ultimo miglio‘, e di solito viene risolto da provider come AT&T e la Comcast negli Stati Uniti: comprano l’accesso alla dorsale e chiedono una certa somma per portare il segnale attraverso le linee telefoniche o via cavo. La maggior parte dei paesi sviluppati e occidentali ha diversi provider, ma nei paesi poveri e nelle zone rurali, il ‘problema dell’ultimo miglio’ esiste ancora. Se i provider pensano che non sia conveniente per le loro tasche offrire quel servizio in quel determinato luogo non lo offrono, oppure lo offrono con prezzi esorbitanti.

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I mesh sono nati per risolvere proprio questo problema. È il caso della rete spagnola Guifi, che si è diffusa nei primi anni del duemila, perché la gente si era stancata di aspettare che le aziende di telecomunicazioni raggiungessero le campagne. “In certi posti puoi aspettare anche cinquant’anni e quando muori stai ancora aspettando”, dice scherzando Ramon Roca, uno degli utenti di Gufi. Affamati di banda larga, gli spagnoli hanno incominciato ad attaccare antenne a lungo raggio alle loro schede wifi e le hanno puntate verso luoghi pubblici collegati ad Internet come le biblioteche. Alcuni hanno contribuito a creare nuove connessioni comprando, individualmente o in gruppo, costosi link dsl, mentre altri hanno usufruito della rete gratuitamente. Per accedere a Gufi basta aggiungere un dispositivo che consente al nodo wifi di trasmettere il segnale a chiunque sia nelle vicinanze. Gradualmente, un nodo alla volta, la rete è cresciuta fino a diventare la più grande del mondo, con più di 21mila utenti.

In un certo senso, queste reti comunitarie somigliano ai gruppi di acquisto solidali. I soci si sono fatti due calcoli e hanno scoperto di poter risolvere il ‘problema dell’ultimo miglio’ da soli, a un prezzo molto più basso. A Kansas City, Isaac Wilder, uno dei fondatori della Free Network Foundation, usa questo modello per collegare quartieri dove il reddito annuale medio delle famiglie è di circa dieci mila dollari. Il suo gruppo collabora con le organizzazioni sociali, che pagano l’accesso alla dorsale e poi crea una rete a cui tutti possono fare riferimento a un prezzo modesto. “I margini di guadagno della maggior parte dei provider sono enormi”, dice. “Quando le persone vedono quanto costa la rete comunitaria, pensano: ‘Dieci dollari al mese? Ce la posso fare!”. In altri casi queste reti sono gestite come piccole aziende locali.

Stephen Song, il fondatore di Village Telco, vende modem wifi economici che si collegano automaticamente tra loro consentendo di trasmettere dati e fare telefonate locali. In molte zone africane, dove l’accesso a internet manca o è molto costoso, i negozi a conduzione famigliare comprano l’accesso alla dorsale e poi vendono gli apparecchi ai loro clienti, consentendogli di accedere alle linee telefoniche e a Internet a un costo mensile ridotto. Song spera che questo modello imprenditoriale porterà alla nascita di reti stabili che non devono affidarsi alle donazioni o al volontariato. Lui stesso ha costruito una rete a Città del Capo, in Sudafrica. “I principali utenti di quel servizio sono le nonne”, dice. “Le donne anziane dipendono molto dalle famiglie, e andarle a trovare è difficile, poiché la zona è molto montuosa. Quindi, se trovano un’alternativa comoda e a basso costo, la usano”.

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Anche se sono nate per risolvere problemi economici, sembra che queste reti stiano diventando uno strumento politico. Consentono alle persone, in particolare agli attivisti, di comunicare tra loro in modo più sicuro e affidabile. Dato che l’attivismo sfrutta sempre più spesso i social network, i regimi repressivi reagiscono bloccando l’accesso a Internet. Per esempio, quando Hosni Mubarak scopri che i manifestanti egiziani usavano Facebook, impose ai provider statali di bloccare Internet per qualche giorno. In Cina, il Partito comunista usa il cosiddetto ‘grande firewall‘ per impedire ai cittadini di accedere ai siti filodemocratici. Le autorità statunitensi sono arrivate a bloccare alcuni servizi di telefonia mobile per impedire agli attivisti di comunicare tra loro, com’è successo nel 2011 durante le proteste nelle stazioni della metropolitana di San Francisco. E non è solo il dissenso a scaricare queste reazioni.

Alcune delle grandi aziende di telefonia e di comunicazione via cavo hanno cominciato a bloccare le attività digitali che considerano illegali, come lo scambiarsi file su BitTorrent. Nel 2009 l’industria discografica ha persino convinto la Francia ad approvare una legge, che poi è stata dichiarata incostituzionale, che bloccava la connessione ad Internet agli abbonati privati che avessero scaricato per più di tre volte file protetti da copyright. A quanto pare, dunque, il ‘problema dell’ultimo miglio’ non è solo tecnico o economico, è anche politico e perfino culturale. Di conseguenza i difensori della libertà digitale e le organizzazioni no profit stanno creando queste reti private per ritagliarsi spazi dove lo stato non può mettere il naso.

A New York, durante le proteste del movimento Occupy Wall Street, Wilder aveva costruito una rete per i manifestanti. A Washington, l’Open Technology Institute della New America Foundation, sta progettando il software Commotion, una sorta di ‘Internet portatile’, che consente a chiunque di creare rapidamente un mesh. “Stiamo costruendo infrastrutture per chiunque voglia controllare personalmente la rete”, dice il direttore dell’OTI, Sasha Meinrath. Nei paesi con un regime repressivo, i dissidenti potrebbero usare Commotion per creare una rete privata e protetta. Se un dittatore decidesse di bloccare l’accesso ad internet, gli attivisti potrebbero pagare un collegamento satellitare e condividerlo con tutto il mesh, permettendo a molte persone di tornare rapidamente online. Meinrath e il suo gruppo hanno sperimentato Commotion in alcune città statunitensi, come Detroit e il quartiere Red Hook di Brooklyn, per aiutare gli abitanti a connettersi alla rete dopo il passaggio dell’uragano Sandy. Ora l’OTI sta lavorando a un mesh che garantirà comunicazioni locali sicure ad alcune località tunisine.

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Anche le chiamate vocali possono passare attraverso i mesh. Commotion comprende anche Serval, un software che consente ai telefoni con sistema Android di collegarsi tra di loro e comunicare direttamente in wifi, senza passare per la rete del proprio gestore telefonico, trasformandoli in una specie di walkie-talkie ad alta tecnologia. Creato da Paul Gardner-Stephen, un ricercatore della Flinder University, in Australia, Serval protegge anche le telefonate e gli sms, rendendo estremamente difficile spiare le conversazioni. Quando la primavera scorsa i dipendenti dell’OTI hanno provato Sevral usando ‘estensori di segnale’ esterni, sono stati in grado di scambiarsi sms a più di un chilometro di distanza. Sulla metropolitana di Washington hanno scoperto di poter inviare messaggi a sei carrozze di distanza. “Ora sappiamo come creare un sistema telefonico capillare” dice Gardner-Stephen.

Ovviamente, come sottolinea Meinrath, neanche i sistemi protetti come Commotion sono la soluzione definitiva per garantire la privacy. I messaggi possono essere decrittati, e se la rete è agganciata ad Internet, per esempio via satellite, invia inevitabilmente segnali alle orecchie della NSA e di altre organizzazioni simili. Eppure, le reti alternative sono un’idea abbastanza sovversiva, che ha trovato alleati inaspettati. Non molto tempo fa, il dipartimento di stato degli Stati Uniti d’America ha stanziato quasi tre milioni di dollari a sostegno di Commotion, perché le autorità pensano che potrebbe contribuire a garantire la libertà d’espressione all’estero. Ma la nascita delle reti comunitarie suggerisce la possibilità di qualcosa di ancora più radicale. E se ne volessimo una che copra tutto il pianeta? Un modo per comunicare con tutti senza passare attraverso le infrastrutture statali o private? Sarebbe possibile costruire un colosso simile?

A livello puramente tecnico, secondo i sostenitori delle reti autogestite è estremamente difficile, ma non impossibile. Prima di tutto bisogna costruire il maggior numero di reti locali e poi collegarle tra di loro. Il passaggio alle lunghe distanze è difficile, ma per raggiungere le zone più lontane le comunità usano già antenne speciali, che a volte sono semplici ‘cantenne’ fatte di barattoli metallici. La cosa migliore sarebbe sfruttare le onde radio, le quali permetterebbero di avere anche comunicazioni stabili e perenni. Purtroppo però quest’ultime sono regolate dalle agenzie nazionali come la Federal Communications Commission (FCC) negli Stati Uniti, che concedono le frequenze più alte, quelle che possono coprire lunghe distanze e attraversare facilmente ostacoli fisici, ai militari e alle grandi emittenti.

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Se si riuscisse a convincere la FCC a concedere alcune di queste frequenze, le reti comunitarie potrebbero coprire enormi distanze. “Abbiamo bisogno di reti libere, e di una banda larga libera”, dice Eben Moglen, che insegna diritto alla Columbia University e dirige il software Freedom Law Center. Ma considerando il potere che hanno le aziende di telecomunicazioni e le lobby della difesa, non illudiamoci che succeda molto presto. Forse l’idea di una rete globale è ancora un sogno irraggiungibile, ma l’entusiasmo di questi innovatori è contagioso. Ricorda l’alba dell’universo digitale, quando la rete serviva agli scienziati e ai ricercatori per comunicare tra loro senza che le aziende private o il governo potessero spiarli. L’obbiettivo, allora come oggi, era collegare senza alcun controllo esterno: avere una rete tutta per sé.

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