Il Vicedirettore di Wired si confessa: ecco cosa ho imparato finora

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Wired ha lanciato il nuovo format del suo sito web, rinnovandosi completamente. Per l’occasione il vice-direttore del famoso sito italiano, Federico Ferrazza, ha pubblicato una piccola nota (forse a ringraziare i lettori e gli appasionati del magazine) dove svela, in 36 punti, quello che ha imparato sul giornalismo e l’editoria on line nel corso di tre anni trascorsi a coordinare con il team di Wired. Un “decalogo”, se vogliamo, ricco di spunti per chiunque decida di cimentarsi nel mondo dell’informazione “on web”. Punti chiave del suo racconto? Sicuramente un inno a tecnologie, qualità, trasparenza e dialogo aperto (social network) ma anche attenzione all’autoreferenzialità e alle strategie obsolete. Se non li aveste ancora letti ve li riproponiamo di seguito.

 

pro

 

1. Il successo di un sito (di informazione) passa in gran parte per la sua struttura tecnologica.

2. Non esiste più (aggiungo: per fortuna) una distinzione netta tra giornalisti, marketing e reparto commerciale. Chi la invoca è fuori dal tempo o semplicemente un/a cretino/a.

3. Gran parte del traffico di TUTTI i siti è generato da contenuti leggeri e di servizio. È inutile prendersi in giro e ricordare i bei tempi andati: è quello che succede(va) anche con la carta (sia in Italia che all’estero) con gli allegati: dagli annunci delle case ai calendari, fino ai dvd.

4. Il successo di un sito web si basa sulla quantità. Ma non quella degli utenti o delle pagine viste, bensì del fatturato. (Sembro Catalano ma ogni tanto è bene ricordarlo).

5. Diffidare dei giornali(sti) o simili che dicono di essere SEMPRE integerrimi nei loro contenuti. I compromessi ci sono e l’unico sforzo che si può fare è quello di essere trasparenti.

6. Se mai è esistita la distinzione tra giornalismo e intrattenimento, in Rete esiste molto meno.

7. Bisogna saper alternare contenuti di qualità a contenuti che assicurano quantità. Per fare bene quest’ultimi è necessario essere bravi (se non a altro a pensarli).

8. Per chi lavora a progetti online è necessario sapere che non esistono rendite di posizione: se non ti aggiorni sei morto.

9. I giornalisti della carta che decidono di non aggiornarsi al digitale, magari nascondendosi dietro finte battaglie sindacali, sono destinati all’estinzione. Speriamo il prima possibile.

10. Rottamare i vecchi tromboni dell’informazione che sostengono che online non bisogna fare titoli didascalici ma accattivanti (Oh, avete notato che in rete ci sono i motori di ricerca e non le edicole!).

11. La ridondanza (di parole, di contenuti, di foto) è utile: per esempio risocializzare lo stesso contenuto in un arco di tempo funziona.

12. Sui social non essere allineati (proporre contenuti di qualità o originali) paga. Essere originali significa pubblicare inchieste e approfondimenti “seri” ma anche la gallery dei gattini che nessuno aveva visto.

13. Oggi chi posta di più su Facebook e Twitter ottiene più traffico. E’ una strategia lungimirante? Non so, e tendo a credere di no. Però per ora è così, vedi il successo dell’Huffington Post.

14. Se non esistessero Google, Facebook e Twitter e simili, tutti noi faremmo meno traffico e meno soldi. Gli editori che non capiscono questo, invocando un pagamento (di Google, Facebook e Twitter e simili) per i loro contenuti sono fuori dal tempo e dal mercato.

15. Il peso di una homepage nel traffico totale è ridicolo. Diminuirà sempre di più con la crescita dei volumi dei social media e del Seo (l’ottimizzazione per i motori di ricerca).

16. Il Seo NON è una scienza esatta.

17. Purtroppo in Italia, nel mercato pubblicitario online, contano ancora tanto le pagine viste, e non gli utenti unici.

18. Mi piacerebbe un mercato pubblicitario italiano diverso, fatto più di progetti speciali e branded content alla Buzzfeed (mi scuso per il riferimento per addetti ai lavori) e meno di tabellare (banner). Penso che sarebbe più efficace e divertente per giornali e inserzionisti.

19. I siti di news italiani che non hanno un brand (o casa editrice) forte alle spalle fanno fatica. Non tanto per la raccolta pubblicitaria, ma perché non hanno un sistema (non solo un sito) su cui puntare.

20. È molto complicato costruire un’identità di brand se pochissime persone di quelle che ti visitano passano per la homepage. Una strada è rendere ogni pagina una home.

21. Molte aziende (non editoriali) comunicano, fanno informazione e intrattengono meglio dei giornali.

22. La maggior parte delle persone, online, guarda le figure. E le gallery da millemila foto danno tante soddisfazioni.

23. I giornali di carta sono autoreferenziali e interessano sempre a meno persone perché non conoscono chi li compra e soprattutto chi li potrebbe comprare. Sul digitale c’è la grande chance di osservare il comportamento di chi ti legge. È un’occasione d’oro, non va sprecata.

24. I progetti di informazione online che mi hanno colpito di più negli ultimi anni sono Buzzfeed e The Atlantic. Il primo per la sua originalità e innovazione; il secondo per la declinazione del brand su più piattaforme.

25. La percentuale del traffico mobile sta crescendo in maniera impressionante, per cui è fondamentale un sito responsive.

26. È determinante dare autonomia a tutti coloro che lavorano a un sito di informazione. Le gerarchie dei giornali di carta non funzionano: fanno da collo di bottiglia, generano inefficienze, rendono il prodotto più brutto e autoreferenziale.

27. Non sopporto quelli che scrivono “Come ho detto precedentemente qui, qui, qui e qui”. Fanno parte della categoria di persone che definisco “Ciao, come sto?”, di cui i giornali di carta sono pieni. Questa non è una cosa che ho imparato negli ultimi tre anni ma ce l’avevo qui, qui, qui e qui e volevo dirla.

28. Gli influencer non influenzano.

29. La mattina presto (quando le persone vanno a lavoro o a scuola), alle 18 (quando tornano) e nel weekend pensiamo a una home e a una socializzazione di contenuti soprattutto per chi ne fruisce da smartphone.

30. Il lavoro dei “giornalisti digitali” è misurabile (è un bene), quello dei “cartacei” molto meno (è un male).

31. Tutti possono avere una buona idea; e una buona idea si costruisce in tanti.

32. È importante che i collaboratori esterni e i lettori conoscano il dietro le quinte delle redazioni. Non per un effetto zoo ma per capire tutte le dinamiche e le scelte che a volte possono sembrare sbagliate e inefficienti e a volte lo sono davvero sbagliate e inefficienti. Bisognerebbe trovare il modo e il tempo per fare degli “open day”.

33. Su Twitter e Facebook c’è tanta spazzatura. Dalle mie parti è prodotta soprattutto dai “professionisti dell’informazione” alla continua ricerca del tweet di celebrità.

34. I paywall non funzionano in Italia, almeno per il momento (e se mi posso lanciare in una previsione: neanche in futuro).

35. Rifacendo il sito che state navigando abbiamo fatto molta attenzione all’esperienza dell’utente. Sarebbe bello che avvenisse anche nei giornali di carta.

36. Sarò la persona più felice della Terra (vabbè, adesso non esageriamo) quando in tutte le redazioni – oltre ai curatori dei contenuti (anche dal punto di vista social) e al reparto (foto)grafico – ci saranno dei programmatori/sviluppatori. Sono fondamentali quanto i primi due, ma è ovvio che servono dei giornalisti in grado di dialogarci (cioè di capire quello che dicono e di fare richieste sensate).

Non è certo una fonte di verità assoluta e alcuni concetti potrebbero essere opinabile, ma sicuramente è un punto di vista interessante che gradiremmo discutere con voi. Diteci che ne pensate di questi appunti  nei commenti qui sotto.

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