Lo streaming uccide il domani

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Qualche tempo fa, Thom Yorke e i Radiohead hanno ritirato il loro ultimo disco da Spotify. Diversi altri artisti hanno fatto notizia lamentandosi pubblicamente dei servizi di streaming musicale, tra i quali troviamo Black Keys, Aimee Mann e David Lowery dei Camper van Beethoven e dei Cracker. Bob Dylan, i Metallica e i Pink Floyd, almeno fino a poco tempo fa, erano contrari a Spotify. AC/DC, Garth Brooks e Led Zeppelin hanno rifiutato di esserci fin dall’inizio. Ma qual è il punto? Cosa sono questi servizi, cosa fanno, e perché i musicisti in questione si lamentano?

Esistono diversi modi per diffondere la musica in streaming: Pandora funziona come una stazione radio della musica che ti piace, però non accetta richieste; YouTube offre singole canzoni caricate da persone e aziende; e Spotify è un repertorio musicale che ti fa ascoltare quello che vuoi, quando vuoi. Alcuni di questi servizi funzionano solo online, ma altri, come Spotify, ti permettono di scaricare le canzoni delle tue playlist e portarle in giro. Per molti appassionati, la scelta è scontata: perché comprare un CD o pagare per un download quando puoi ascoltare i tuoi album e i tuoi artisti preferiti in streaming gratis o pagando una cifra mensile minima? Non c’è da stupirsi quindi che lo streaming sembri destinato a essere il futuro del consumo musicale: lo è già in Scandinavia, dov’è nato Spotify, il principale servizio di streaming, e in Spagna. Altri paesi stanno seguendo a ruota.

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Per le case discograiche europee, Spotify è la seconda fonte di entrate legate alla musica digitale, stando ai dati della International Federation of the Phonographic Industry (IFPI). Non è un caso che si tratti appunto di incassi per le case discografiche e non per gli artisti. Esistono anche altri servizi di streaming, come Deezer, Google Play e Apple iTunes Radio, ma mi sa che alla fine ne rimarrà solo uno. Non esistono due Facebook o due Amazon. Nel mercato del web la regola è il monopolio. Le cifre che questi servizi pagano per ogni streaming sono minuscole: l’idea è che, con un numero sufficiente di utenti, quei granelli di sabbia si accumuleranno. Quindi bisognerebbe incoraggiare il dominio del mercato e l’ubiquità. E noi dobbiamo rivedere i nostri valori, perché nel mondo del web ci viene detto che il monopolio conviene anche a noi.

Di solito la maggior parte degli incassi finisce nelle tasche delle grandi case discograiche, che poi girano il 15-20% circa di quello che resta agli artisti. Spesso le etichette indipendenti sono molto più eque, arrivando a volte a dividere gli incassi esattamente a metà. Lowery ha scritto un articolo intitolato “Una mia canzone è stata ascoltata su Pandora un milione di volte e io ci ho guadagnato 16,89 dollari, meno di quello che ricavo vendendo una maglietta!”. Se una band composta da quattro persone ottenesse da Spotify delle royalty del 15%, ci vorrebbero 236.549.020 ascolti a persona per mettere insieme uno stipendio minimo di 15.080 dollari all’anno. Per darvi un’idea delle proporzioni: la canzone dell’estate Get lucky, dei Daft Punk, a fine agosto aveva totalizzato 104.760.000 ascolti su Spotify: i due Daft Punk ci guadagneranno qualcosa come 13.000 dollari a testa. Non male, certo, ma ricordatevi che si tratta di un’unica canzone tratta da un intero disco, per realizzare il quale sono occorsi un sacco di tempo e di soldi. Se quella è la loro principale fonte di reddito, non ci pagano nemmeno le bollette.

Thomas Bangalter, Guy-Manuel de Homem-Christo

E cosa succede alle band che non hanno megasuccessi internazionali? In futuro, se gli artisti dovranno contare esclusivamente sugli incassi prodotti da questi servizi, rimarranno senza lavoro nel giro di un anno. Alcuni di loro hanno altre fonti di guadagno come i concerti, e molti sono arrivati a suonare davanti a platee numericamente dignitose, perché in passato una casa discografica ha creduto in loro. Per cui sì, è plausibile sopravvivere. Ma gli artisti emergenti questo vantaggio non ce l’hanno. Alcuni non sono ancora arrivati al punto di poter vivere di concerti e diritti d’autore. Alcuni artisti e musicisti indipendenti vedono di buon occhio Spotify perché è un modo per farsi notare, per far circolare la propria musica in modo che la gente possa ascoltarla senza rischi.

Daniel Glass, della Glass-note Records, che ha in catalogo la popolarissima band Mumford & Sons, dice:

“Quando fai musica di qualità e sei all’inizio della carriera, credo che la paura di tenerla nascosta sia più grande di quella di perderne il controllo. Poter aprire il rubinetto e lasciare che la gente la ascolti, in streaming e quant’altro, è decisamente salutare”.

 Patrick carney, dei Black Keys, nel 2011 ha detto:

“Per le band sconosciute e quelle piccole far circolare la musica è un’ottima cosa. Ma per una band che con le vendite deve guadagnarsi da vivere e le royalty dello streaming non sono ancora una via praticabile”.

Ci si continua a chiedere se i siti di pirateria cannibalizzino le vendite. C’è chi dice che, chi scarica gratuitamente, non pagherebbe la musica comunque, per cui non si verifica una perdita reale. Secondo altri, a scaricare gratuitamente sono soprattutto i grandi appassionati che alla fine pagano gli artisti in qualche altro modo, per esempio comprando i biglietti dei concerti e le magliette. Ma come fa notare Chris Ruen nel suo libro Freeloading, se tu per primo non paghi la musica dei tuoi gruppi preferiti, poi non ti devi stupire se questi chiudono bottega per mancanza di fondi. I musicisti guardano con crescente sospetto i soldi e i titoli che passano di mano tra questi servizi e le case discografiche, soldi e azioni scambiati grazie a contenuti e risorse prodotti dagli artisti, che però non hanno voce in capitolo.

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Spotify ha pagato cinquecento milioni di dollari in anticipi alle major discografiche statunitensi per ottenere il diritto di diffondere i loro cataloghi. Si è trattato di un ‘anticipo‘ in vista di profitti, per cui in teoria sono soldi che dovrebbero comunque finire in tasca alle case discografiche. Un altro bel mucchio di soldi è in arrivo a breve. Le case discografiche hanno anche ricevuto dei pacchetti azionari, e quindi ora sono soci e azionisti di Spotify, il cui valore oggi è stimato intorno ai tre miliardi di dollari. I profitti derivanti dalle azioni, se e quando il servizio sarà quotato in borsa, non dovranno essere divisi con gli artisti. Sembra chiaro che, grazie a questa operazione, alcuni stanno guadagnando un sacco di soldi, mentre agli artisti rimangono degli avanzi.

Sono contente le case discograiche, i consumatori, e i CEO dei siti web. Tutto perfetto, se non fosse che non rimane nessuno a difendere chi crea la roba in questione. Molti appassionati dicono che la musica gli ha “salvato la vita”. Ebbene, ora è il momento di salvare la musica del futuro.

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  • Giovanni Curto

    Articolo interessante. Grazie!

  • Massimo Buongiorno

    Non sono d’accordo: un artista che lo fa “di lavoro” o “per pagare le bollette” fa concerti. Punto. La questione può anche chiudersi qui: se non suoni dal vivo, (insomma: se non fai il tuo mestiere), non guadagni, o guadagni spiccioli. Il copyright, con tutto il baraccone delle case discografiche che si porta appresso, è la piaga più grande per lo sviluppo e la crescita dell’arte: in un mondo come quello occidentale, in cui ognuno possiede una connessione, la creatività DEVE essere libera e senza limiti: è forse l’unico vantaggio della tecnologia (lasciando da parte il discorso sanitario).