FOCUS JUVE – La Juve, la Joya e la mossa dell’alfiere

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Dybala - Juventus

Cosa può succedere in una partita in cui le difese sono schierate scacchisticamente in opposizione? In una partita in cui ad ogni mossa ne consegue un’altra identica, dove ogni movimento ne prevede uno opposto eppure uguale? In una partita in cui prima di costruire si deve bloccare l’avanzata dell’avversario? In cui si deve evitare, eppure colpire.

Le strategie, come in una partita a scacchi, potrebbero essere innumerevoli, ma di base una sola è realmente utile: la conoscenza profonda dell’avversario, l’intuizione, lo studio. E’necessario imparare il segreto più grande: anticipare le mosse, non sempre possibile, spesso impresa surreale.

Juventus e Roma sono due avversarie che si conoscono a fondo: comprensibile la scelta del vecchio, ancora nuovo, mister Spalletti di raccogliere invece di gettare semi, di prendersi un punto come ne fossero tre. Quando le squadre si trovano di fronte come in uno specchio la parola d’ordine è resistenza, chi cede per primo perde. Ma per chi la partita la vuole giocare e vincere, non c’è indicazione peggiore, resistere sì, ma per costruire.

Non è di cedimento che parla questa partita ma di un guizzo: il “suo” guizzo, la nostra Joya

Quando si è troppo attenti alla protezione ossessiva del re, quando gli occhi vanno continuamente all’imprevedibilità della regina, al controllo delle torri, è l’alfiere che ti frega. L’alfiere si muove in diagonale, avanti e indietro, fugge veloce e incastra alla perfezione. Dybala corre, incassa nella gabbia giallorossa, fugge veloce in diagonale: da lui parte e con lui si conclude l’azione da goal.

Una mossa, classe purissima, tutta da scoprire, e la partita è vinta. Gioiello perfettamente incastrato in una corona fatta di pezzi pronti a brillare. Pronti, perché ancora non lo stanno facendo.

E alzi la mano il colpevole che non è rimasto meravigliato dal controllo, dall’aggancio di sinistro, da quel pallonetto che è troppo bello per essere vero, infatti è la traversa a svegliarci. In un campionato in cui sembra un passaggio obbligato quello dei paragoni illustri, la sensazione è che Dybala si sta lentamente scrollando di dosso un’etichetta dopo l’altra per essere finalmente se stesso, sempre più completo.

Con la difesa a tre, Barzagli che si allarga a destra, la protezione onnipresente di Marchisio, la Juve sta tornando. E in un ambiente più “sicuro” sta emergendo anche tutto il talento di Khadira, fatto di attenzioni, di geometrie, sempre più incisive. E’tornato ad essere difficile segnare alla Juve, ma il prezzo da pagare è la difficoltà di creare occasioni da goal contro squadre così chiuse in difesa, come lo è stata la Roma ieri sera, così come lo sono molte squadre di serie A.

Ritrovata la sicurezza, infatti, adesso manca l’imprevedibilità: la compattezza garantita da Evra e Lichsteiner che tendenzialmente si abbassano data la loro naturale inclinazione da terzini, andrebbe alternata ad un po’ della brillantezza di Alex Sandro e Cuadrado. I primi due più attenti nella fase di non possesso, non creano però, mai una vera e propria superiorità numerica.

Gli impegni adesso diventano tanti, sempre più duri, sempre più decisivi, sempre più ravvicinati: vanno dosate le forze e di conseguenza anche i rischi di infortuni. Allegri sta gestendo il momento in maniera intelligente e sebbene lo spettacolo ne stia risentendo, i risultati gli danno ragione.  La pazienza, sta pagando: anche ieri sera, se la Juve si fosse sbilanciata per segnare a tutti i costi, forse avrebbe addirittura perso.

Che sia arrivato il momento di chiedere scusa?

Forse sì, soprattutto per chi pensava (sperava?) ad una Juve destrutturata dopo gli addii di lusso, disorientata da una partenza a dir poco stentata.

E allora ecco le mie scuse alla Juve, a Dybala e allo stesso Marotta e al suo mercato “sobrio”, utile adesso, forse difettoso nel gioco, ma efficace. Le mie scuse vanno ad Allegri, spaesato nella ricerca ossessiva di assecondare le proprie idee, e nella tarda resa all’applicazione naturale delle scelte di mercato. Io, Juve, non mi sono fidata di te, e smentirmi è quanto di più bello tu mi abbia regalato quest’anno. Quella di ieri è stata una partita importantissima sul piano della consapevolezza, dell’autostima: non c’è pericolo di appagamento. Una sfida alla volta passerà il periodo più delicato della stagione, e saremo già a marzo, alla resa dei conti. Pensare al futuro quest’anno è dura, molto meglio il presente che è TODA JOYA, TODA BELEZA.

PS: Riconosco che questa non è certamente la sede per questo tipo di divagazione, troppo lunga e complicata e ruberebbe tempo e spazio preziosi alla mia Signora. Per questo relego in un post scriptum la mia umile opinione, giusto per non nascondere la testa sotto la sabbia, non sono affatto abituata a farlo. La settimana appena trascorsa, e la stessa partita di ieri sera, offrono ancora lo spunto per utilizzare una parola davvero abusata nel mondo del calcio, che è “razzismo”.

Razzismo, razzista, cori razzisti, con quanta superficialità se ne parla, e quanto poco rendono giustizia ad un mondo, che se davvero così bieco fosse, non sarebbe altro che microcosmo, specchio di una realtà che è la nostra. Non c’è vero razzismo nelle parole di calciatori, allenatori, ma ne vedo molto nella loro strumentalizzazione, in tv, sui giornali, che non fa altro che amplificare la ghettizzazione che c’è dietro alcuni termini. Io non vedo razzismo, ma maleducazione sì, e anche molta: tipica espressione di chi non ha la cultura della sconfitta.

Juventus – Roma 1-0, decide Paulo Dybala – VIDEO 

Questo ci manca, e molto, l’educazione che va oltre la rabbia, la cultura che supera l’adrenalina del momento: le parole che abbiamo ascoltato tanto in questa settimana forse non sarebbero state pronunciate a ruoli e situazioni invertite. “Bisogna saper perdere”, devo impararlo anche io. Incassare, senza incalzare. Non è razzismo, non è il caso di esagerare, eppure Tu non saresti mai il mio allenatore, e Tu giammai il mio capitano.

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