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banda ultralarga

Matteo Renzi frena il piano banda ultralarga da 6,6 miliardi di euro pubblici al quale era stato affidato il compito di dotare l’Italia di una rete paragonabile a quella di altri Paesi europei. Il premier, il mese scorso, aveva bocciato anche il decreto legge Comunicazioni, che doveva contenere le principali misure attuative di quel piano.

I motivi che hanno portato allo stop riguardano i tempi e i modi di attuazione delle misure. Non a caso Raffaele Tiscar, che ha coordinato i lavori del piano a Palazzo Chigi, ha annunciato questo mese che il governo comincerà a spendere i soldi pubblici dalla primavera 2016. Piuttosto tardi visto che inizialmente si era parlato di autunno 2015. Un altro problema riguarda la calibrazione degli incentivi nelle aeree in cui si è già cominciato a investire in banda ultra larga di livello base (pari al 50 per cento della popolazione). Anche l’Unione Europea può rappresentare un ostacolo visto che non ha ancora sciolto le riserve sulla legittimità degli investimenti pubblici.

Blocco al piano banda ultralarga. Incertezze sui tempi e i modi di attuazione delle misure

Le regioni, che gestiscono 2 dei 6,6 miliari di investimenti, hanno iniziato a spazientirsi. Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia hanno già avvisato Palazzo Chigi che se il piano non verrà sbloccato inizieranno a spendere i soldi per conto proprio e non necessariamente per la banda ultralarga. Il presidente di Confindustria Digitale Elio Catania ha detto a Repubblica che «Se il governo non sblocca i fondi entro settembre, perdiamo l’ultima chance per gareggiare alla pari, sulle infrastrutture, con le altre economie europee».

Renzi sta studiando la fattibilità del piano con Antonella Manzione, capo dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi. Vuole sbrogliare la matassa nei prossimi giorni, sicuramente prima della pausa estiva.

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