Ricercatore crea arto artificiale controllato dai muscoli

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Il sergente della marina James Sides ha perso il suo braccio destro, dal gomito in giù, in seguito ad un’esplosione avvenuta in Afghanistan nel 2012. Per un po’, Sides ha utilizzato una classica protesi per dare l’impressione che il braccio fosse ancora lì, al suo posto. Undici mesi più tardi, Sides si ritrova ad utilizzare una delle protesi tecnologicamente più avanzate. Tu ed io che sto scrivendo questo articolo siamo in grado di muovere le nostre mani tramite l’invio di impulsi provenienti dal nostro cervello. Bene, la protesi in questione è in grado di replicare anche questo, differentemente da molte altre protesi presenti sul mercato.

Attraverso un processo chiamato Implantable Myoelectric Sensor (IMES), i ricercatori hanno creato una sacca wireless stracolma di sensori da attaccare all’estremità del moncone amputato, che fungerà da ricevitore. I segnali che arrivano tramite IMES sono inviati ad un decodificatore, che li trasforma in movimenti meccanici. Le possibilità di movimento sono ancora limitate. L’arto robotico raggiunge 13 angoli di movimento, compreso chiudere e aprire la mano. Riesce a ruotare il polso di 180 gradi in senso orario e antiorario. Non manca poi il movimento del pollice, indispensabile quando si vogliono afferrare oggetti.

La tecnologia IMES sfrutta una mezza dozzina di elettrodi in platino/iridio e sono alimentati per induzione magnetica, il che significa che non ci sarà bisogno di cambiare le batterie o robe simili. 

Ci sono però alcune cosa di migliorare ancora. Si scollega troppo spesso, sopratutto quando va in sovraccarico, e per funzionare a dovere l’uomo che lo indossa deve imparare a muovere determinati muscoli in grado di attivare il sensore. Insomma, non è così facile come sembra.

Sides però ne è entusiasta:

“È esattamente come se avessi ancora una mano.”

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