Alle origini dell’umanità

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Nelle grotte di Atapuerca, nel nord della Spagna, a trenta metri di profondità, c’è la Sima de los huesos (la buca delle ossa), un pozzo profondo 12 metri in cui sono stati rinvenuti i resti di almeno ventotto ominidi. Dall’analisi di un femore rinvenuto nella buca è emerso un DNA che risale a 400mila anni fa, finora il più antico genoma umano mai sequenziato. Gli esami indicano che il femore apparteneva ad una specie umana sconosciuta, forse l’anello mancante tra i neandertaliani e i loro misteriosi cugini denisoviani. Secondo i paleontologi, la scoperta ci avvicina più che mai a conoscere l’antenato che abbiamo in comune con l’uomo di Neandertal.

Finora era stato possibile sequenziare solo i genomi di fossili di ominidi trovati nei climi freddi, perché nei climi caldi come quello spagnolo il DNA si scompone più in fretta. Ma incoraggiati dal riuscito sequenziamento del genoma di un orso di 300mila anni fa, rinvenuto in una grotta della zona, Matthias Meyer e i colleghi dell’Istituto Max Planck di Lipsia hanno deciso di provarci. Dopo aver prelevato dal femore di un ominide della buca 1,95 grammi di materiale, hanno ricavato un genoma mitocondriale, cioè il DNA presente negli organuli che alimentano le cellule, quasi completo. Confrontandolo con quello degli esseri umani, scimpanzé bonobo moderni, più neandertaliani e denisoviani, Meyer ha calcolato che risale a 400mila anni fa, quindi ha il doppio dell’età della nostra specie e precede di molto i genomi degli ominidi finora sequenziati. Quelli neandertaliani e denisoviani studiati ultimamente risalgono a 40mila anni fa.

“Questo genoma”, dice Chris Stringer, del Museo di storia naturale di Londra, “ci porta indietro di almeno qualche centinaio di anni, verso l’antenato che abbiamo in comune con gli ominidi”. “È un sogno”, commenta David Reich, dell’Harvard medical school di Boston, in Massachussets. Si tratta, infatti, dell’ultima di una serie di scoperte sul DNA antico arrivata a pochi mesi dal sequenziamento del genoma più vecchio di tutti, quello di un cavallo risalente a 700mila anni fa. Poiché gli ominidi della Sima de los huesos somigliano ai neandertaliani e venivano in Europa, che non molto tempo dopo sarebbe stata dominata appunto dall’uomo di Neandertal, Meyer si aspettava che il DNA fosse simile a quello dei neandertaliani. Con sua grande sorpresa, invece, era piuttosto diverso ed era vicino a quello dei denisoviani, una specie nota grazie all’osso di un dito e a due molari rinvenuti in una grotta siberiana.

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“Non sappiamo bene come interpretare questo dato”, afferma Meyer. “Non esistono prove che i denisoviani fossero diffusi nella zona di Atapuerca“, spiega Stringer. Il mistero più grande resta il nostro allontanamento dai neandertaliani e denisoviani, e rimangono oscure anche le circostanze della loro successiva separazione. Si sa solo che entrambe gli eventi sono avvenuti all’epoca in cui gli ominidi della Sima de los huesos vivevano in Spagna. È possibile che i fossili rinvenuti siano dell’antenato comune ai neandertaliani e denisoviani e che poi alcuni discendenti si siano spostati ad est per diventare i denisoviani. “È l’ipotesi più verosimile”, dice Meyer.

Ipotesi però, che “non spiega perché le ossa della Sima de los huesos somiglino così tanto a quelle degli uomini di Neandertal“, ribatte Stringer. Per lui si tratta invece degli antenati dei neandertaliani, arrivati dopo la separazione dai denisoviani. “In seguito”, sostiene, “i neandertaliani potrebbero aver perso i geni mitocondriali che avevano in comune con i denisoviani perché il DNA mitocondriale si trasmette unicamente per via femminile: se una donna ha solo figli maschi, il DNA mitocondriale si perde”. Questo significa che per capire con esattezza cos’è successo bisogna sequenziare un genoma completo dei fossili della Sima de los huesos. E Meyer ci sta lavorando. Quei fossili sono così preziosi perché appartengono ad un’epoca molto vicina a quella delle nostre origini. I reperti indicano che quei primi esseri umani stavano sviluppando comportamenti nuovi, significativi. “Un genoma completo avrebbe un valore inestimabile”, dice Reich. “Potremmo scoprire quali dei nostri geni c’erano già e quali sono cambiati per dar vita agli esseri umani moderni”. Sarebbe come scoprire che cosa ci rende umani.

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