Steve Mann, l’uomo-cyborg che ha inventato i Glass

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A più di un anno di distanza dalla presentazione dei Google Glass e, a pochi mesi dall’uscita ufficiale in tutti i mercati del mondo, andiamo a parlare di una storia che ci ha affascinato particolarmente, la quale racconta come un prodotto nasca da una vera e propria passione.

Parliamo di Steve Mann (anche soprannominato l’uomo-ciborg) professore dell’Università di Toronto, considerato uno dei pionieri della tecnologia indossabile, arrivando al punto di autodefinirsi cyborg da quando indossa in maniera continua gli EyeTap, un paio di occhiali computerizzati installati in maniera stabile sul suo cranio dal 2002, i quali possono essere rimossi solo con l’impiego di specifici strumenti.

Negli anni Mann è stato definito, perlomeno da quelli che non lo prendevano per matto, sia l’inventore dei wearables che il primo cyborg della storia dell’uomo. Due concetti radicalmente diversi, che ha però cercato di racchiudere entrambi nella sua persona: inventore ma anche primo sperimentatore di ciò che inventava, la qual cosa ha significato lasciare che il lavoro e la vita si fondessero, al punto che spesso è arrivato a chiedersi dove finivano lui e la sua umanità e dove iniziava il computer con cui interagiva.

Uno spaesamento interiore che però non è stato né l’unica né la peggiore delle conseguenze derivate dalla sua decisione di passare il Rubicone che tiene separati uomo e macchina:

“Non avevo idea di quali potessero essere le dinamiche sociali cui sarei andato incontro con la mia scelta. Non potevo sapere per esempio che, come cyborg, sarei diventato oggetto di insulto, derisione e disprezzo; ma anche di vera e propria aggressione fisica.”

Steve Mann ha avuto così tanta passione e pazienza che ha deciso di continuare con la sua sperimentazione, andando contro ogni limite, sociale, morale e umano. Il distacco e il rifiuto del determinismo tecnologico risale probabilmente al rapporto precocissimo che Steve ha sviluppato con la tecnologia:

“Ho sentito fin da bambino l’impulso irrefrenabile a cimentarmi nella costruzione di aggeggi elettrici di ogni tipo. Credo di esser stato influenzato dal rapido incedere delle innovazioni tecnologiche di cui il mondo fu testimone fra gli anni Sessanta e Settanta, quand’ero bambino e adolescente.”

La passione nacque però da 3 precisi e fondamentali eventi, che molto probabilmente hanno cambiato la sua e la nostra vita: lo sbarco sulla luna, l’avvento del microprocessore e  l’arrivo sul mercato delle telecamere portatili per il consumatore comune. Ma nel suo fascino per il circuito c’è certamente un che di ereditario. Il padre infatti era un appassionato di “bricolage elettrico” e negli anni Cinquanta costruì un prototipo di radio portatile:

“Mi rivelò i segreti dei circuiti elettrici prima ancora che io fossi in grado di leggere e scrivere correntemente.”

Le prime applicazioni del suo precoce sapere in quel campo furono orientate alla strenua difesa della privacy sua e di suo fratello nei confronti dei genitori:

“Inventammo un sistema che ci avvisava quando uno di loro si avvicinava alla nostra stanza e mettemmo a punto un sistema di microfoni con cui potevamo sentire quello che dicevano di noi quando pensavano di essere soli”.

Tutto sommato ragazzate; tecnologicamente sofisticate ma pur sempre ragazzate. La “deriva” tecnologica di Steve ovviamente non si fermò lì, infatti combinando un pezzo di stereo con un dittafono portatile e un paio di cuffie amplificate realizzò quello che era forse il primo Walkman della storia, che gli consentiva di camminare o correre ascoltando musica, ma soprattutto di mettersi al riparo dalle fastidiose manifestazioni di un mondo che si faceva sempre più ostile.

Erano i prodromi della decisione di mettere un filtro tecnologico fra sé e il mondo che Steve avrebbe maturato qualche anno dopo, con la costruzione dei primi prototipi di WearComp, a sua volta propedeutica al definitivo salto nel cyborgismo, unica possibilità per comprendere fino in fondo le implicazioni del cosiddetto “progresso tecnologico”:

“Ho passato quasi tutta la mia vita a cercare la fusione fra il computer, la telecamera, il telefono e …me stesso. All’inizio l’impulso era il desiderio di alterare ed estendere la mia realtà mediante l’uso della tecnologia, ma poi, man mano che la sperimentavo capivo che questa tecnologia potente, invasiva, ti modificava non solo il comportamento ma soprattutto il modo in cui pensi e senti. Il solo modo per non correre questo pericolo è sapere quanto le macchine e il loro uso ci condizionano e condizioneranno l’esistenza”.

E’ per questo che Mann da trent’anni vive costantemente con un computer addosso; e per questo è il primo uomo della storia dell’umanità che ha deciso di farsi cyborg, sfidando tutto e tutti e cercando di arrivare dove nessuno prima di lui aveva mai provato a spingersi. E’ grazie a persone come lui che il mondo va avanti, perché se nessuno avesse avuto il coraggio di provare l’impossibile non avremmo quel che abbiamo oggi.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright OVERPRESS
  • PYT

    Bell’articolo!
    non sapevo ci fossero già cyborg-uomini
    non so se essere felice o aver paura di questa fusione uomo-macchina..